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Il bosco dei pini

... E pensa che ti ripensa, con il cuore agitato dalla paura e dalla rabbia, la fata Violetta cercava tra i suoi pensieri e i suoi disegni una soluzione a quei difficilissimi problemi. Pensava ad ogni tipo di soluzione, ma l’unica che l’avrebbe resa di nuovo felice, proprio proprio non riusciva a venirle in mente. Non le veniva in mente che la magia e gli abbracci della mamma avrebbero avuto la risposta alle sue domande. Proprio quello non riusciva a ricordarlo: la paura fa un gran brutto effetto sulla memoria! Pensò ad ogni cosa e un giorno decise che se ne sarebbe andata lontano dal castello per qualche giorno a compiere un gesto coraggioso! “Si! – pensò fra se e se la fatina -  se dimostrerò di essere molto coraggiosa, allora potrò riconquistare l’affetto della mia mamma. E anche il mio papà sarà contento di avere una figlia coraggiosa come un maschietto!”
Così, una mattina di fine primavera, partì dal castello senza salutare nessuno per andare nel bosco in cerca di avventure coraggiose. Con sé portò solamente una piccola valigetta rosa con dentro le sue matite colorate e le pergamene avorio.
Il bosco di pini che cresceva intorno al castello era un luogo un po’ pericoloso e per una giovanissima fatina, poteva celare grandi insidie senza la protezione della magia delle fate mamme e dei maghi papà. C’erano punti bui e silenziosi che mettevano nel cuore momenti di grande paura. C’era il fiume gorgogliante che aveva solo particolari punti in cui poterlo attraversare senza pericoli. C’erano animali dai grandi occhi gialli, che bisognava sapere come evitare. Insomma era un luogo decisamente pieno di pericoli, ma la piccola fatina era fermamente convinta che solo attraversandolo avrebbe dimostrato il suo coraggio!
Cammina che ti cammina, le ore passavano e la notte cominciava ad avvicinarsi con le sue ombre scure. La fatina cominciava ad avere veramente paura e pensò “Forse non è stata una buona idea venire fin qui da sola, ma adesso come faccio a tornare indietro dalla mia mamma??? Non mi ricordo i sentieri che ho preso per arrivare fino a qui…che sciocca sono stata…come faccio a tornare nel caldo del mio castello???” La piccola Violetta era ancora più triste di quando era partita e se ne stava lì appoggiata al tronco di un giovane pino, quando all’improvviso si ricordò che nel bosco ci abitano le Sagge, vecchie signore che raccontano la storia del bosco dei pini, i suoi pericoli e alcuni trucchi per evitare di cadere nelle trappole. Violetta si ricordò che la mamma le aveva detto che era importante ascoltare gli insegnamenti delle Sagge e così cominciò a sperare che lì intorno ci fosse una casa delle Sagge, per chiedere consigli su come tornare dalla sua mamma. La fortuna (fortuna aiutata da una formula magica che vola nello spazio e nel tempo e che raggiunge solo chi si ama, una formula recitata della fata dei Lillà che si tormentava di dolore da quando si era accorta che la sua piccolina era fuggita nel bosco senza dirle nulla, senza lasciare una traccia per ritrovarla) corse incontro a Violetta e le mostrò la strada per arrivare alla casa di due vecchie Sagge. Arrivata lì, Violetta bussò con forza alla porta e con sua grande sorpresa vide che la casa era abitata da ben signore: una con il capello pieno di numeri e l’altra con un mantello fatto di pergamene, fitte fitte di parole di ogni genere. Nella casa c’erano anche altre fatine e maghetti, piccoli e persi come lei. Violetta si sentì felice: “Forse questo è il posto giusto per trovare la strada per tornare a casa!” Così si mise di buona lena per imparare a segnare sui fogli numeri e lettere. La fatina sperava proprio che tutta quella fatica le servisse per ritrovare la strada di casa. Ma pensate con che sgomento, mentre i giorni passavano, si accorse che numeri e lettere la aiutavano a capire un po’ meglio i segreti del bosco, ma proprio non le regalavano la gioia del cuore che solo il profumo e le braccia morbide della mamma sapevano creare. E poi non riusciva neppure a fare una formula potente come quelle che sapeva fare la sua mamma. E così il suo cuore triste, per consolarsi un po’ le suggerì di aprire la piccola borsa rosa, prendere le pergamene a cominciare a disegnare la sua mamma. I disegni, come ben ricorderete, aiutano la memoria e così Violetta cercava di ricordare l’amore della mamma in questo modo. E poi cercava anche di rifare i gesti della fata dei Lillà, chissà mai che avrebbe trovato una formula potente che la riportava a casa in battibaleno. Ma, nelle case del bosco, quelle cose che sapeva fare la fatina non erano molto compresi. Le Sagge erano buone e gentili, ma il loro compito era solo quello di insegnare i segreti del bosco, mica quello di far sentire amati i maghetti e le fatine. L’amore non si insegna, si prova nel cuore tra i morbidi abbracci dei genitori. Per non parlare degli altri piccolini che erano lì con lei…proprio non riuscivano a capire i gesti di Violetta. E così Violetta si sentì sola, ma così sola e triste che pensò che nel suo cuore non c’era spazio per tutto quel dolore. Desiderò tornare con tutte le sue forze al castello e pensò che era stata molto sciocca a non capire che la mamma la amava e che le sue parole erano il solo aiuto per superare gli ostacoli del bosco e rendere il cuore felice. Violetta capì che il vero coraggio non è nel fare cose pericolose o cavalcare, ma chiedere l’amore della mamma a gran voce, tutte le volte che ne sentiva il bisogno. E così nel silenzio della notte, la sua richiesta volò nel cielo e attraversò il bosco in un attimo: “Mamma vienimi a prendere…mi manchi terribilmente. Aiutami. Ho tanto bisogno di te!” Eccola la formula magica…la parola M A M M A è una delle magie più antiche e vince qualsiasi distanza, paura, solitudine. La fata dei Lillà sentì il grido di aiuto della sua bambina e, nella notte si addentrò nel bosco, corse fino ad arrivare alla casa delle Sagge e prese la sua bambina tra le morbide e profumate braccia. E la magia degli abbracci si sprigionò tra luci di mille colori, liberando la fata Violetta della paura e della solitudine e la rese coraggiosa, come solo le fate sanno essere con la loro dolcezza. Un abbraccio infinito che sciolse le lacrime di  Violetta, liberandola dal peso che le schiacciava il cuore. E così, dopo che Violetta fu riportata nel suo lettino al castello, ci fu spazio per le sagge ed amorose parole della Fata dei Lillà: “Piccola mia, avevo compreso il dolore del tuo cuore. La paura di non essere preziosa come i tuoi fratelli. Ma che potevo fare? Non mi ascoltavi più, la paura aveva chiuso il tuo cuore al mio amore. Solo se mi ascolti e ascolti l’amore che avvolge i miei consigli, potrai essere una fata potente e coraggiosa. Violetta non allontanarti dal mio amore. E se ti vengono dei dubbi, parla con me: solo così potrai ascoltarmi davvero. Le Sagge del bosco possono insegnarti segreti preziosi, ma la magia per farli funzionare puoi crearla solo attraverso l’amore…l’unica fonte di una magia pura e potentissima. Lascia che io ti ami. Non chiudere il tuo piccolo cuore e permettigli di crescere, protetto da me.” La fata Violetta capì e comprese. L’amore della mamma aveva cominciato a circolare di nuovo nel suo cuore, rendendolo vivo e felice. E da quel giorno, i disegni che Violetta faceva per ricordare, furono così pieni di magia che tutti rimanevano a bocca aperta di fronte a tanta bellezza. Violetta tornò di nuovo nella casa delle Sagge per imparare tutti i segreti del bosco e sapendo con precisione la strada per tornare a casa, senza la paura di perdersi, divenne una bravissima conoscitrice dei segreti del bosco, ma questa è un’altra storia ancora…

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Wolflandia

... La voce di Zizzania si alzava forte e prepotente, tanto da andare oltre alle mura del castello e raggiungere le orecchie di Nicodemo, Zago e Albrich impegnati a lucidare le loro belle armature. I tre fratelli sentirono la voce accattivante del venditore e nelle loro menti balenarono strani pensieri. Nicodemo si chiese: “E se esistesse una pozione magica in grado di farmi diventare ancora più coraggioso? Che bello sarebbe…sarei invincibile! E la mia famiglia sarebbe sempre al sicuro!” Zago pensò: “E se esistesse una pozione per farmi crescere velocissimo, così sarei più grande dei miei fratelli e potrei andare con il papà nelle sue missioni di pace!” Albrich si domandò: “E se esistesse una pozione che mi renda intelligentissimo? Le idee crescerebbero veloci nella mia mente e il mio papà sarebbe così orgoglioso di me che mi farebbe suo fidato consigliere!”
E così i tre fratelli, uno di nascosto all’altro, si recarono dal venditore ambulante a fare le loro richieste.
Nicodemo chiese: “Zizzania, dammi una pozione che mi renda il più coraggioso del regno!” “Ecco qua caro Nicodemo – disse Zizzania estraendo una boccetta piena di liquido rosso– la pozione Coraggiosissimum. Sarai imbattibile. E per uno già coraggioso come te è gratis.”
Fu poi il turno di Zago: “Zizzania, dammi una pozione per diventare il più grande e grosso del regno!” “Ecco qua caro Zago – disse Zizzania estraendo una boccetta piena di liquido verde– la pozione Altissimissimum. Sarai grande e grosso. E per uno che ha già muscoli forti come i tuoi è gratis.”
E per ultimo arrivò Albrich: “Zizzania, dammi una pozione che mi renda il più intelligente del regno!” “Ecco qua caro Albrich – disse Zizzania estraendo una boccetta piena di liquido blu – la pozione Intelligentissimum. Sarai un vero genio. E per uno che ha già tante idee come te è gratis.”
I tre fratelli tornarono al castello, convinti di aver fatto uno all’insaputa dell’altro, l’acquisto più utile di tutta la loro vita. A cena furono silenziosi, ma con un sorriso furbo stampato sulla faccia. Il re e la regina li guardavano perplessi…mai visti i loro figli maschi così silenziosi…erano convinti che stessero per combinare qualcosa di pericoloso, ma, saggi com’erano, sapevano che avrebbero dovuto solo aspettare e lasciare che i loro figlioli imparassero con l’esperienza.
La sera, prima di chiudere gli occhi, ognuno di loro tre, sotto le coperte bevve la sua pozione, per poi lasciarsi andare ad un sonno profondo e pieno di strani sogni. Al mattino si svegliarono prestissimo…figuriamoci la curiosità di vedere come aveva fatto effetto la pozione di Zizzania!  Ma nulla, nulla era successo…erano proprio uguali al giorno prima. Tranne una cosa, un piccolo sentimento nel loro cuore che non avevano mai conosciuto prima…scintille di gelosia avevano cominciato a bruciargli dentro. E la gelosia cresceva nel loro cuore ad ogni ora del giorno che passava. La gelosia che diventava rabbia e desiderio di vincere sugli altri, di prevalere di essere il più forte, anche del papà!
Alle quattro del pomeriggio i danni erano completamente fatti: Nicodemo, Zago e Albrich erano in guerra tra di loro. Pugni, schiaffi e le loro spade di legno che si intrecciavano l’una con l’altra. “Fatti da parte tu, piccolo nanerottolo. Io sono il più coraggioso e il papà vuole bene solo a me. Anzi sono anche più coraggioso del papà.” “Ma che dici? Sarai anche coraggioso, ma non penserai di vincere con uno forte come me. Il papà, quando stasera tornerà, mi sceglierà come figlio preferito!” “State zitti poveri sciocchi! Non vedete che la mia lucente intelligenza oscura tutte le vostre prodezze? Il papà sceglierà me come figlio preferito e potrà fare a meno di voi”
Dove un tempo regnavano giochi allegri e spensierati, ora era una vera e propria battaglia. E che ricordo lontano quando si sentivano uguali nell’amore del papà e nell’affetto profondo che li legava. La regina Amabile non sapeva più che fare e la loro sorella maggiore era confusa di fronte a quella guerra feroce.
Finalmente arrivò la sera e con essa il ritorno del re Ulderico. Ulderico vedendo i suoi figli che facevano la guerra, sorrise con gli occhi della saggezza e capì all’istante cosa era successo. Chiamò, anzi acchiappò i suoi tre figli e disse: “Avete bevuto le pozioni di Zizzania! Ecco cosa vi rende così strani e combattivi tra di voi. Le pozioni di Zizzania hanno un unico ingrediente: la radice di invidia rossa, verde e blu! E’ un’erba pericolosa che cancella l’amore fraterno e lo sostituisce con i pensieri di gelosia che vi sono venuti in mente. Lo so che volete essere grandi e rendermi orgoglioso, ma non serve fare tanta fatica. Io sono fiero di voi così come siete. Siete già perfetti così e lasciate che il tempo vi renda uomini e re. Non abbiate fretta e fidatevi del mio amore. Non sono forse io il re Ulderico III? Re, saggio? Fidatevi delle mie parole e lasciate che vi liberi del veleno dell’invidia.” I tre fratelli, nonostante il loro cuore fosse agitato da mille emozioni non proprio allegre, sentirono la voce del papà accarezzargli il cuore e fargli venire una gran voglia di tornare ad essere come prima. Così il papà li prese in braccio uno alla volta e con il suo forte abbraccio li liberò dal veleno dell’invidia. Fu bellissimo…l’invidia si dissolse nell’aria con un fumo rosso, verde e blu e tutti e tre si tuffarono contemporaneamente ad abbracciare il papà e tornare ad essere i fratelli, figli del Re Ulderico III, coraggiosi, forti e intelligenti! E Zizzania? Se ne andò imprecando, dopo avere visto il re e i suoi figli abbracciarsi, e dicendo brutte parole che non si possono ripetere!





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