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Visto x voi...

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Thirteen

Diventare grandi rimanendo se stessi: quanto è difficile!

Ne sa qualcosa Tracy, protagonista tredicenne – da cui il titolo del film – della pellicola di Catherine Hardwicke. Tracy che gioca con le bambole, Tracy che mette calzini bianchi nelle scarpe da ginnastica fuori moda, Tracy che si fa pettinare i lunghi capelli biondi dalla mamma, Tracy che fa picnic sul prato davanti a casa con l’amica di colore… d’improvviso questa bambina di tredici anni lascia il posto a un’adolescente inquieta, turbata, con il piercing all’ombelico e alla lingua, che ‘ci sta’ con i ragazzi e prova ogni tipo di droga, fino a provocarsi il dolore tagliandosi le braccia con una lametta… un abisso separa le due immagini, una voragine di cui si fa fatica a comprendere il senso. Ma da cosa ha origine un cambiamento così radicale? Tracy si accorge all’improvviso che il suo comportamento, il suo essere ingenua e dolce non piace a nessuno…

Nella scuola spopola la trasgressiva e misteriosa compagna Evie, attorno al cui corpo procace  e fasciato da abiti provocanti si stringono frotte di ragazzi. Pur di conquistare quest’amica così popolare Tracy rinuncia totalmente a se stessa: butta i suoi vecchi peluches, cambia look ed entra in una spirale di esperienze forti pur di conquistare l’amicizia e la stima di Evie. Inizia a rubare nei negozi, a spacciare e consumare cocaina, a farsi il piercing, tutte esperienze che la fanno stare male emotivamente e che l’allontanano sempre più dalla madre. La situazione familiare di Tracy non è semplice: i genitori sono separati, lei vive con il fratello, la mamma e il suo compagno ex tossicodipendente, mentre il papà non trova mai il tempo per lei, totalmente immerso nel lavoro. Anche la mamma sembra sempre impegnata in mille cause perse e la sua buona volontà non sembra sufficiente a contenere il disagio della figlia, anche se l’amore e la preoccupazione per Tracy sono tangibili in tutte le sequenze del film. 

Eppure Tracy non riesce a confidarle il suo disagio: è troppo arrabbiata, troppo lontana e quindi si rifugia nell’amicizia con Evie. Questo però non fa altro che alimentare un circolo vizioso. Evie la spinge a comportarsi in modo diverso da quello che è lei realmente, e soprattutto continua ad usarla come si evincerà chiaramente alla fine del film: la lascerà per altre amiche, nascondendo la droga a casa sua e accusandola di averla plagiata. Sarà la mamma, nella drammatica e intensa scena finale a ricontenere la figlia, che dopo aver pianto tutte le sue lacrime e sfogato tutto il suo dolore per questo tradimento da parte dell’amica, e per la sua difficoltà di vivere e di gestire la situazione che le è ormai sfuggita di mano, di uscire dal tunnel in cui si è cacciata, si addormenterà tra le braccia della mamma, ritrovando, forse la vera Tracy.

Il film è un intenso spaccato di questa fragile età in cui tutto viene rivoluzionato e i rapporti di amicizia sembrano essere gli unici ad avere valore, tanto da condizionare totalmente i comportamenti  e gli atteggiamenti dell’adolescente, che si sente pressato dal giudizio del gruppo e incapace di crescere in modo diverso da quello che gli altri richiedono. Investire tutto nell’amico fino a dargli in mano la vita, nella speranza che sia lui a risolvere il proprio disagio e a contenere le proprie angosce è una soluzione che, come evidenziato dal film, non può reggere. Al contrario, il rapporto con il genitore dello stesso sesso, nonostante tutte le interferenze che possono metterlo in crisi, è l’unico che consente realmente di uscire dal pantano emotivo del disagio adolescenziale, per ritrovare la propria identità perduta nei meandri delle richieste dell’ambiente.

Recensione a cura di Mariolina Gaggianesi, psicologa


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